Il crocefisso nei luoghi pubblici

Il 17 marzo abbiamo celebrato l’unità d’Italia. Contemporaneamente la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha annullato la sentenza del settembre 2009 con la quale si affermava che l’esposizione del crocifisso in classe “è contraria al diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e con il diritto dei bambini alla libertà di religione”.
Il ministro degli esteri, Frattini, soddisfatto per l’esito, ha affermato che il crocefisso riunisce e non divide. Tutte le imposizioni e le coercizioni riuniscono costringendo anche coloro che non le condividono a subirle. Anche nel ventennio fascista l’Italia era unita perché i dissidenti venivano perseguiti e puniti con il confino, il carcere o peggio.
Le libertà individuali, il loro rispetto e garanzia, sancite anche dalla Costituzione, sono un’altra cosa. I simboli religiosi, tutti, rappresentano solo una parte anche se maggioritaria. I simboli religiosi non identificano la storia e nemmeno la cultura di un popolo. L’identità nazionale ha i riferimenti nella bandiera, nell’inno nazionale e, in Italia, nel Presidente della Repubblica. La celebrazione dell’unità d’Italia ha confermato questi principi anche da parte di chi oggi afferma che le comuni radici si riconoscono nel crocefisso. Non c’è mai limite all’ipocrisia.
Le radici di una nazione sono nella sua cultura, nella filosofia, nella letteratura, nell’arte e nella scienza, ma anche nel lavoro e nell’amore per il proprio Paese.
Giacomo Leopardi, Ugo Foscolo, Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Verdi, Giovanni Pascoli, Benedetto Croce, Luigi Pirandello, Giovanni Gentile, Antonio Gramsci, Sandro Pertini, Enzo Ferrari, Roberto Rossellini, Alberto Moravia, Cesare Pavese, Norberto Bobbio, Indro Montanelli, Renato Guttuso, Michelangelo Antonioni, Mario Monicelli, Primo Levi, Nino Manfredi, Pier Paolo Pasolini, Margherita Hack, Enrico Berlinguer, Italo Calvino, Marcello Mastroianni, Lucio Colletti, Nanni Loy, Andrea Camilleri, Umberto Veronesi, Dario Fo, Oriana Fallaci, Umberto Eco, Carmelo Bene, Fabrizio De André sono parte significativa della cultura e dell’identità nazionale. E non erano o non sono credenti.
Il 18,5% della popolazione italiana (fonti Eurispes 2010), si dichiara agnostica o atea e circa il 5% della popolazione aderisce ad altre confessioni religiose. Oltre un quinto della popolazione, perché non cristiana e cattolica e non si riconosce nel crocefisso, non è parte dell’identità e della cultura italiana. L’identità nazionale è ben rappresentata dai cattolici leghisti difensori dell’esposizione del crocefisso nelle scuole e nei posti pubblici ma abbandonano le istituzioni al suono dell’inno d’Italia o dichiarano di usare il tricolore al posto della carta igienica. Signor ministro Frattini anche il crocefisso e la sua strumentalizzazione contro un quinto degli italiani può essere causa, assieme a quelle dei suoi alleati leghisti, di divisione. Durante il Risorgimento, c’è stato chi ha sacrificato la propria vita per dare un’identità nazionale a questo Paese ma anche per garantire democrazia e libertà. Il Vaticano, espressione terrena di quella religione che si identifica nel crocefisso, era parte avversa ed ha ostacolato l’unità del Paese anche dopo il 20 settembre 1870 sino al Concordato e sino ai giorni nostri con continue quanto inopportune ingerenze nelle questioni interne di un Italia laica e indipendente per definizione costituzionale.
Il ministro Frattini si meraviglia del mancato sostegno della vecchia Europa, Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Portogallo. Probabilmente bisognerebbe stupirsi della meraviglia. In Francia, ad esempio, i simboli religiosi non sono ammessi nelle scuole e in tutti i luoghi pubblici, anche nelle piazze, dal lontano 1905 in forza di una precisa disposizione legislativa. Nel 2004 il parlamento francese, con voto quasi plebiscitario, ha esteso il divieto anche all’uso personale di simboli religiosi in luoghi pubblici se configurano ostentazione. La Francia è però una repubblica laica e democratica per cultura oltre che per definizione. Anche negli altri Paesi biasimati dal ministro Frattini ci sono situazioni analoghe nei confronti dei simboli religiosi nei luoghi pubblici. Forse il ministro Frattini, e con lui il Governo e larga parte dell’opposizione, si sentono investiti del ruolo missionario e vogliono evangelizzare anche l’Europa oltre all’Italia violando non solo i principi di democrazia e libertà, siamo abituati ma non rassegnati, ma anche quelli dell’autonomia e sovranità di ogni singolo Stato.
Ma forse è solo ignoranza che spesso è figlia della supponenza.
Il fascismo, in questo Paese, non è stato un episodio isolato. Considerare lo Stato al servizio della politica e non il contrario crea queste distorsioni. Il fascismo costrinse gli italiani a diventare razzisti con le leggi razziali. Oggi vorrebbero farci diventare tutti cristiani e cattolici per disposizione legislativa anche contro la Costituzione. È inaccettabile. Nessuno può privare le persone dei propri diritti inviolabili, quelli previsti dalla Costituzione, compreso il diritto di educare i propri figli nel rispetto dei canoni di convivenza civile e sociale al fuori di ogni ordinamento religioso.
I non credenti sono naturalmente tolleranti e rispettosi delle opinioni degli altri perchè non condizionati dalla fede. Ma in questa situazione sarà gioco forza diventare intolleranti. Intolleranti ai soprusi e alle ingiustizie.
È la stessa intolleranza che ha portato uomini e donne, i partigiani, con alto senso di democrazia e libertà, a sacrificarsi e a dare la vita per sconfiggere il fascismo. È un’intolleranza dovuta e nobile.
La questione del crocefisso non è banale e nemmeno marginale. Dietro questa questione c’è un tentativo di omologazione dell’individuo e della sua personalità. Ognuno deve essere libero di decidere autonomamente se “credere” o “non credere”. È finito il tempo delle missioni.
Molti protagonisti del Risorgimento italiano, gli stessi Garibaldi, ateo, e Giuseppe Mazzini, credente con molti distinguo nei confronti della chiesa cattolica, non identificano l’Italia con il crocefisso.
Nella Resistenza, che ha liberato il Paese dalla dittatura fascista e dalla occupazione nazista, erano presenti cattolici e non cattolici che si sono battuti, sacrificando anche la propria vita, per la libertà e per la laicità dello Stato.
Il ministro Frattini afferma che la sentenza consente il superamento di ”un’ultima ossessione laicista che ha impedito in due consigli dei ministri degli esteri europei di accostare la parola ‘cristiane’ alla parola comunità”. Una affermazione che divide il Paese poiché attribuisce dignità ad una parte degli italiani, i cattolici, e mortifica e umilia l’altra parte escludendola dalla comunità italiana stessa.
Un ministro dovrebbe garantire la realizzazione dei principi fondamentali della costituzione italiana e non sacrificare gli stessi principi al servilismo nei confronti della Chiesa Cattolica e alla possibilità di ottenere consenso elettorale non contrariandola.
Purtroppo anche l’opposizione, silente in questo frangente, assume il medesimo atteggiamento.
Non si tratta di un voto di scambio? Le esenzioni ICI per gli immobili della Chiesa Cattolica (l’estensione altre confessioni religiose è solo dettata dall’esigenza di evitare evidente discriminazione), oppure l’esonero della tassa sui biglietti cinematografici per i cinema parrocchiali sono la stessa cosa.
Il maggiore ostacolo per la realizzazione dell’unità d’Italia è stato il Vaticano anche dopo il 20 settembre 1870. Noi italiani che crediamo e amiamo questo Paese non possiamo accettare di riconoscerci e di unirci sotto un simbolo che si identifica con lo stato pontificio causa e responsabile della morte di molti eroi risorgimentali compreso Mameli l’autore dell’Inno d’Italia, e che non chiarisce le connivenze con il fascismo, con il nazismo e l’aiuto prestato ai suoi gerarchi in fuga.
La presenza del crocefisso nella scuola e nelle istituzioni pubbliche non è solo una forma di indottrinamento e di condizionamento ma è anche, e questo è ancora più grave, una forma di emarginazione e di distinzione espressamente negata dai principi fondamentali della costituzione italiana.

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