Rete Salute. Ripiano della perdita o liquidazione?

Dopo l’assemblea dei Sindaci, consorziati di Rete Salute, del 01.06, qualche ulteriore riflessione si rende necessaria in quanto non si riesce a capire che cosa si intende fare per il futuro ma il tempo passa…
In calce al commento, per chi non avesse seguito la stampa locale, sono inseriti alcuni link utili anche per meglio comprendere le mie riflessioni.
Non voglio e non intendo fare valutazioni tecniche, pur avendone la competenza. Non mi interessano. Come ho già sottolineato in altre parti, saranno gli enti preposti agli accertamenti delle responsabilità a fare queste valutazioni.
A me interessano le valutazioni e le responsabilità politiche perché siamo nell’ambito della gestione della “cosa pubblica”, cioè di un Bene Comune che è di tutti i cittadini, gestito su delega o mandato, dei cittadini nel loro unico interesse.
Quello che è successo è un ulteriore esempio, ammesso che ce ne sia bisogno, di appropriazione e occupazione di Beni Comuni cui, da troppo tempo, la politica, e la logica partitica, ci ha abituato.
Non si tratta di sinistra, centro o destra, si tratta di cambiare radicalmente un sistema che, nonostante un apparente “scontro”, strumentalmente politico, si trasforma in “consorteria” quando si tratta della “gestione” e spartizione di fatti economici.
Proprio per salvaguardare questo sistema, ignorando il cambiamento richiesto dai cittadini, si vuole ripianare la perdita e dare continuità a “Retesalute”.
Si dice e si scrive che Retesalute è un modello di efficienza e efficacia nell’erogazione dei servizi socio-sanitari ai cittadini del territorio. L’art. 114 del TUEL (Testo Unico Enti Locali) stabilisce che l’Azienda Speciale, quello che è Retesalute, debba avere come scopo la gestione dei servizi con efficienza, efficacia, economicità e con l’obiettivo dell’equilibrio economico (pareggio).
L’economicità è tutta da dimostrare, i tecnici hanno solo rilevato i costi e quanto è necessario aumentare le tariffe per realizzare il pareggio economico, non quali potevano essere i costi con una gestione diversa.
L’equilibrio economico, visto che dalle dichiarazioni sembra che l’inizio delle perdite risalga al 2015, è solo una triste e amara teoria.
Attribuire solo ad un disordine contabile la responsabilità di quanto è successo sembra, al contrario, una banalizzazione del problema nel tentativo di minimizzare o nascondere le cose.
Se si dichiara che ci sono stati “…oltre che errori di gestione, manomissioni e falsificazioni contabili…” o “…nel mastrino di un fornitore compare una registrazione contabile non supportata da documento fiscale o da un pagamento … con cui il debito dell’Azienda è ridotto di 550.000,00 euro…” non si può parlare di disordine perché questi sono comportamenti e scelte volontarie che non dipendono dai lavoratori.
È sempre colpa dei lavoratori? Dov’è finita quella sinistra che difende i lavoratori? Forse, in questo caso, essendo una questione politica, bisogna stare zitti?
Se non si tratta di errori, non può essere applicato l’art. 194 del TUEL, relativo ai debiti fuori bilancio, e nemmeno il principio contabile OIC 29 che, con i Comuni non c’entra nulla.
Non mi soffermo sui dati tecnici forniti, anche in relazione al piano di ristrutturazione, predisposti dai tecnici che, avendo la disponibilità della documentazione, hanno sicuramente la capacità e competenza per esprimersi.
Ho qualche dubbio in merito all’affermazione, come riportata dai media, “…reputa ammissibili interventi della Pubblica Amministrazione previo programma industriale o una prospettiva che realizzi l’economicità e l’efficienza della gestione nel medio e nel lungo periodo ritenendo che perdite strutturali o croniche non possono e non debbono giustificare un intervento di risorse pubbliche.”, come previsto dall’art. 14, comma 4, del TUSP (testo Unico Società Pubbliche), riferito, appunto, alle società a partecipazione pubbliche.
Retesalute, però, non è una società ma un’Azienda Speciale per la quale si applica l’art. 1, comma 555, della Legge di stabilità 2014 che stabilisce “A decorrere dall’esercizio 2017, in caso di risultato negativo per quattro dei cinque esercizi precedenti, i soggetti di cui al comma 554 (Aziende Speciali – ndr) sono posti in liquidazione entro sei mesi dalla data di approvazione del bilancio o rendiconto relativo all’ultimo esercizio. In caso di mancato avvio della procedura di liquidazione entro il predetto termine, i successivi atti di gestione sono nulli e la loro adozione comporta responsabilità erariale dei soci (Comuni, quindi amministratori e/o dipendenti degli stessi – ndr).”
Poiché il primo esercizio in perdita, sostanziale anche se non formale, come dichiarato, è il 2015, siamo in presenza di cinque esercizi in perdita su cinque.
Senza dimenticare che “… il finanziamento per il ripiano di perdite gestionali di organismi partecipati dall’ente locale, diversi dal modello societario, corrisponde a criteri di sana gestione finanziaria solo se è finalizzato a sostenere piani di riequilibrio dei costi rispetto ai ricavi. Non è ammissibile nell’attuale congiuntura economica il soccorso finanziario a fondo perduto in favore di organismi strumentali che hanno generato e che continuano a generare cospicue perdite di gestione dalla data della costituzione sino all’ultimo bilancio approvato” (Corte dei conti Lombardia deliberazione n. 274 del 2012). Interpretazione, comunque, superata in senso più restrittivo dalla Legge di stabilità 2014.
Qualcuno si chiederà che cosa voglio con queste puntualizzazioni. Molto semplice, vorrei solo che queste forme di “mala-gestio” pubblica non producano danni e costi per i cittadini, esattamente l’obiettivo che si è posto il legislatore con la Legge di stabilità 2014 e la Corte dei Conti.
Vorrei, inoltre, informare i cittadini che, probabilmente, non sono consapevoli, per questo motivo la mia è una riflessione politica e non tecnica.


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