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inflazione, cosa significa?

Esiste una "legge" non economica ma naturale che regola l'andamento dei prezzi al consumo, si tratta dell'incontro tra la domanda e l'offerta. Se l'offerta di un bene è superiore alla domanda, il prezzo scende mentre se l'offerta è inferiore alla domanda, il prezzo sale.

Ovviamente prescindendo da manovre speculative che, attraverso la manipolazione della concorrenza e del mercato, possono creare effetti distorsivi. Evitarli è proprio il compito e la funzione dello Stato, che in Italia si realizza con l'Antitrust. Il liberismo, al contrario, teorizzando la totale esclusione dello Stato, ne sarebbe la realizzazione.

Il denaro non è un bene è solo uno strumento al quale è attribuito un valore virtuale da utilizzare al fine dello scambio di beni reali, prodotti o servizi. Lo scambio di beni e servizi avviene in natura con il baratto, il denaro è solo lo strumento che elimina l'ingombro del baratto e che consente di scegliere il bene da acquisire con la cessione del bene posseduto. Diceva Sitting Bull (Toro Seduto), un fine economista naturale, "Quando avranno inquinato l'ultimo fiume, abbattuto l'ultimo albero, preso l'ultimo bisonte, pescato l'ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche".

Due possono essere le cause naturali dell'andamento dei prezzi. La prima, quella immediata e diretta, è la qualità dell'offerta, una competenza del produttore il quale deve saper adeguare la propria produzione alle esigenza del consumatore ed è estranea al ruolo della politica, alla quale resta il compito di garantire la sicurezza delle persone.

La seconda, quella che qui interessa, è una causa specificatamente politica, nella regolazione, che contribuisce al benessere generale di una popolazione attraverso un'equa distribuzione del reddito che stimolando la domanda, senza ricadere in eccessi, diventa motore del sistema.

Esiste una teoria, espressione per la maggior parte della sinistra storica e radicale, per la quale la riduzione dei consumi può portare ad una stabilità dei prezzi. E' una teoria "contro natura" e dubbia sul piano etico poiché limita la libertà individuale nell'individuare l'appagamento e la soddisfazione dei bisogni diversi da quelli primari che, pure, contribuiscono a formare la qualità della vita. I regimi comunisti sono finiti anche per le limitazioni che ponevano nella disponibilità dei beni di consumo.

Quindi l'inflazione e la deflazione, normali fenomeni conseguenti al rapporto domanda e offerta, possono essere contenuti con opportuni provvedimenti da parte dello Stato nella sua funzione di regolatore del sistema e del mercato. In questa prospettiva lo Stato, cioè la politica, deve rimuovere tutte le cause distorsive quali le concentrazione delle imprese che si esprimono, spesse, nelle multinazionali, che sono delle gestioni di fatto monopolistiche anche se formalmente appaiono in modo diverso.

Lo Stato, cioè la politica, deve escludere qualsiasi forma di liberismo economico che è la negazione delle espressioni naturali dei rapporti economici tra persone e tra persone e imprese; è quello che sancisce l'art. 41 della Costituzione italiana.
Il liberismo, nonostante le diverse enunciazioni, è solo una forma di protezionismo.

inflazione

produce aumento dei prezzi e perdita del potere di acquisto delle “retribuzioni” se non opportunamente adeguate ai maggiori prezzi. L’adeguamento delle retribuzioni produce, però, un aumento dei costi di produzione e, in conseguenza, un ulteriore aumento dei prezzi. E’ un meccanismo che produce una spirale e che, in apparenza, può sembrare neutro ma, al contrario, nel medio breve termine, porta all'implosione del sistema,

Esiste, inoltre, una forma di inflazione, in questo caso chiamata agflazione, dovuta all'aumento delle materie prime o dei prodotti agricoli che ovviamente ha altre cause, effetti e soluzioni. Analogo ragionamento deve essere fatto  per l'inflazione dovuta all'aumento dei costi di produzione e dei salari, come pure l'Inflazione da eccesso di moneta poiché entrambe sono la conseguenza e non la causa dell'inflazione comunemente intesa.

effetti

  • perdita potere acquisto retribuzioni e pensioni;
  • perdita valore dei risparmi e dei crediti
  • perdita valore dei debiti a vantaggio del debitore;
  • maggiore pressione fiscale reale sulle retribuzione e pensioni, in presenza di imposte dirette con aliquote progressive poichè si incrementano per effetto di aumenti nominali ma non reali.

deflazione

la deflazione è una riduzione dei prezzi, per una domanda inferiore all'offerta o per un minor costo delle materie prime importate, che costringe il produttore di beni e servizi ad una riduzione dei suoi costi interni creando disoccupazione che, a sua volta, riduce ulteriormente la domanda. Anche in questo caso la situazione, se non affrontata, può creare un implosione del sistema.

effetti

  • aumento della disoccupazione;
  • disoccupazione giovanile;
  • aumento della povertà assoluta e relativa;
  • riduzione della contribuzione previdenziale

«Sia l'inflazione che la deflazione hanno prodotto gravi danni. Entrambi i processi operano sulla distribuzione della ricchezza fra le varie classi e, sotto questo aspetto, l'inflazione risulta peggiore. Entrambi i processi agiscono anche come accelerazione o rallentamento della produzione di ricchezza, ma in questo caso più dannosa è la deflazione.»
(John Maynard Keynes, Keynes, John Maynard, and Silvia Boba. Esortazioni e profezie, 1968.)

L'inflazione o la deflazione sono cose diverse dalla svalutazione o rivalutazione della moneta. Le prime producono un effetto interno mentre le seconde producono effetti nei rapporti esterni, ad esempio importazioni o esportazioni e non sempre il loro andamento coincide.

La costanza di valore della moneta o il cambio fisso, come nel caso dell'euro, non hanno alcun effetto sull'inflazione o sulla deflazione. La tabella relativa ai Paesi dell'area Euro ne è l'evidente dimostrazione.

Alcuni (BCE) sostengono che il tasso d'inflazione "teorico ottimale" debba essere "prossimo" al 2%, altri (FMI) al 4% e altri superiore ma mai troppo elevato.
In linea puramente teorica, i secondi potrebbero avere ragione, ma, in realtà, l'eccesso di inflazione, a fronte di un forte crescita della domanda, nel medio lungo termine, diventa negativa per la perdita di potere d'acquisto dei salari che i datori di lavoro, ma nemmeno il sistema, riescono a contenere.

Nei Paesi dove l'offerta è limitata, non solo quella riferita ai bisogni primari, anche per scelte politiche o per mancanza di governo del sistema, il tasso d'inflazione sale a livelli proibitivi e con essi sale la domanda poichè non riesce a trovare la sua soddisfazione. Nelle tabelle e grafici  è possibile, selezionando l'anno di riferimento, rilevare come negli anni più lontani, i paesi dell'ex-area comunista, dove i bisogni primari erano, comunque, soddisfatti, il tasso di inflazione era molto elevato, quasi sempre a due cifre, mentre negli anni più recenti il tasso si è notevolmente ridotto.
Del resto alle persone non deve essere garantito solo il diritto alla vita ma anche il piacere che la vita può fornire.
Non è un opinione, sono i numeri a dirlo ed i numeri non mentono. Un tasso di inflazione alto indica che le persone sono costrette a rinunce e sacrifici e, non sempre, questo è corretto. Non tocca alla politica stabilire quali sono  i limiti ed i modi per la soddisfazione dei bisogni individuali, deve solo fissare le regole perchè tutto questo non sia lesivo del bene comune, cioè del bene collettivo, e della libertà delle altre persone oltre che compatibile con la sostenibilità ambientale.
La concentrazione della ricchezza nelle mani di poche persone non è un diritto naturale e deve essere limitata nell'interesse collettivo.

per un confronto tra i singoli Paesi nei vari anni, selezzione l'anno nel campo che segue 
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Un tasso d'inflazione prossimo al 2%, come prevede la BCE, è senz'altro preferibile, anche se più complesso realizzarlo, perchè riduce l'effetto negativo della riduzione del potere di acquisto dei salari. Lo Stato deve comunque intervenire per la correzione degli effetti inflattivi o deflattivi sulle famiglie con opportune manovre anche di natura fiscale, ma senza trasferirne l'onere alle imprese, come avveniva nel passato con l'indennità di contingenza, poiché, in questa ipotesi, si produrrebbe un effetto boomerang con un aumento dei prezzi non per riduzione della domanda per l'aumento dei costi di produzione dei beni o servizi.

Non è una forma di assistenzialismo, come potrebbe sostenere il solito ottuso liberista, ma l'esercizio di una duplice funzione dello Stato, quella di garantire un benessere generale delle famiglie e quella di consentire una crescita e uno sviluppo del Paese anche in termini economici, anche perchè solo il benessere delle persone è compatibile e motore dello sviluppo.

Compete alle Banche Centrali adottare gli opportuni provvedimenti di regolamentazione dei tassi di inflazione per contenerli nei limiti prefissati che possono essere:

  • in caso di eccessiva inflazione: aumento del "tasso di riferimento BCE" (già tasso ufficiale di sconto)[1].
    Maggior costo del ricorso al debito che induce il consumatore a ridurre i consumi non strettamente necessari per la loro maggiore onerosità.

  • in caso di inflazione sotto il limite prefissato o deflazione: allentamento quantitativo (quantitative easing - QE),[2] cioè forma di sostegno alle economie, con creazione, da parte delle banche centrali, di nuova moneta immessa nel sistema tramite l’acquisto di alcune categorie di asset e utilizzato per finanziare nuove manovre e servizi.

Quella della manovra sul tasso di riferimento o tasso di sconto è una manovra di natura monetaria che, con l'aumento del tasso riduce la circolazione di moneta e, quindi, contrae la domanda in esubero rispetto all'offerta mentre la riduzione del tasso ne aumenta la circolazione stimolando la domanda. Anche in questo caso la moneta non diventa "bene" ma continua ad essere lo strumento di valorizzazione d'un bene o servizio.

lobo bce
“L’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali [...] è il mantenimento della stabilità dei prezzi.” (Articolo 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea)
Questa è la disposizione principale in materia di politica monetaria sancita dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Incentrando su tale obiettivo la politica monetaria della Banca centrale europea, il Trattato riflette il pensiero economico moderno per quanto concerne il ruolo, la portata e i limiti della politica monetaria e stabilisce il fondamento, in termini istituzionali e organizzativi, dell’attività di banca centrale nell’Unione economica e monetaria.
Il Consiglio direttivo della BCE si propone, quale obiettivo primario, di mantenere l’inflazione su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio periodo.
dal sito web della BCE page "Politica Monetaria link

Le manovre monetarie sono meccanismi utilizzati dalle Banche Centrali di ogni nazione e, per le nazioni aderenti all'Unione Economica Europea, dalla BCE. Nell'Area Euro il provvedimento di contrasto alla deflazione è stato adottato nel 2015 (QE1) e nel 2019 (QE2).

Le manovre monetarie, sono solo un supporto al governo dei sistemi, però,e non possono, da sole, modificare l'andamento dei prezzi al consumo. Sono necessarie azioni politiche in grado di interpretare le situazioni e di indirizzarle. Ma la politica, nonostante la sua funzione centrale nel governo del sistema, è complessivamente incapace a svolgere questo suo ruolo e, quasi sempre, interviene con strumenti e metodi errati che, invece di modificare, peggiorano la situazioni..

L'esempio lo si riscontra, in Italia, nel 1985 con l'abrogazione dell'indennità di contingenza che aveva la funzione di adeguare, con cadenza trimestrale, i salari alle variazioni dei prezzi dei beni al consumo.

Si viaggiava, all'epoca, con tassi di inflazione di due cifre, la situazione era insostenibile e la politica, incapace a comprenderne ile cause e a trovare soluzioni efficaci, attribui semplicemente l'inflazione ai costi dei salari. Inizialmente la cosa funzionò semplicemente perchè la riduzione del potere di acquisto dei salari provocò la riduzione dei consumi, cioè della domanda. Essendo, però, un intervento strutturale e non temporaneo, fini con il produrre l'effetto contrario creando una situazione congiunturale negativa, nel Paese.

Avrebbe potuto essere un provvedimento giusto in quanto il suo meccanismo, posto a carico delle imprese, diventava esso stesso causa di inflazione e di aumento dei prezzi, ma avrebbe dovuto essere sostenuto da opportuni provvedimenti di natura pubblica per evitare, o, quantomeno, contenere, la perdita di potere d'acquisto dei salari. Questo, purtroppo, non è avvenuto, e l'abrogazione della "contingenza" produsse effetti peggiori.

Nel frattempo, infatti, l'inflazione è continuata in modo imperterrita, a dimostrazione di un provvedimento errato e inutile, con un incremento, che, dal 1985 al 2000, data di inizio della circolazione dell'euro, è stata dell'89,2% (media annua 5,6%).

L'entrata in circolazione dell'euro,in sostituzione della Lira, con un cambio, in conseguenza fisso, tra i vari Paesi dell'area euro, peraltro in competizione commerciali e finanziaria in modo libero e autonomo, sui mercati, sembrò migliorare la situazione. Per un quinquennio, infatti, si registrò una stabilità dei prezzi e, apparentemente, una situazione di generale benessere. In realtà era una situazione irreale e virtuale perchè la perdita del potere di acquisto dei salari fu sostituita dal "credito al consumo", ossia all'indebitamento, con altissimi tassi di interesse, quasi usurai, anche se legalizzati. Nei primi cinque anni dal 2000, il tasso soglia per essere considerato usura, per i crediti al consumo concessi alle famiglie poteva arrivare anche al 30% circa. In quel periodo, per una famiglia era normale acquistare, ad esempio, un televisore che aveva un costo di 1500 €uro con un pagamenti di 100 €uro al mese in 18 mesi., ossia con onere finanziario del 25%. Tutto sommato erano solo 300 €uro di maggior costo in 18 mesi, una cifra modesta. Sono sempre le cifre modeste, di cui non si ha la percezione effettiva, a creare problemi per chi dispone di redditi medio/bassi. Quello che è successo.

Anche l'acquisto della "casa" fu influenzato da questa possibilità all'indebitamento, anche superiore al valore della casa stessa. La domanda aumentò in modo quasi esponenziale e con la domanda anche il prezzo delle case. Il tutto era però irreale e virtuale e, infatti, il mercato è crollato con tutte le conseguenze che conosciamo anche quella di giovani famiglie che oggi si trovano con un mutuo residuo superiore al valore della casa.

L'indebitamento delle famiglie, dal 1999 al 2007, registrò un incremento medio annuo del 12,5% contro un incremento negli anni precedenti del 4/5% e negli anni successivi del 1,48%. Un incremento anomalo quello dal 1999 al 2007 facilitato dalla maggior disponibilità delle banche a concedere prestiti, anche a tassi quasi usurai, come abbiamo visto, come anomalo è quello successivo dovuto alle restrizioni da parte delle banche ma anche all'aumento della povertà ed ad un maggiore timore da parte delle famiglia in presenza di una instabilità economica senza prospettive a breve termine.

Il credito al consumo fu facilitato dal minor rischio per le banche, in particolare dalle banche dei Paesi del centro Europa, dovuto alla eliminazione, con la moneta unica, della svalutazione delle monete nazionali dei Paesi economicamente più deboli e contribuì alla crescita dei debiti delle famiglie.
Nel 2006 scoppia la "crisi dei subprime", prima in U.S.A. ma subito dopo nel resto del mondo ed in particolare in Europa. La crisi dei subprime è la naturale conseguenza del crescente indebitamento delle persone e della loro incapacità al rimborso del credito ricevuto in grossa parte dovuto alla perdita del potere di acquisto dei salari.

Il salvataggio delle banche coinvolte nella crisi dei subprime, In Italia ma anche in tutti i Paesi Europei, e in misura maggiore nelle banche del Paesi centrali, proprio perchè sono state quelle che maggiormente hanno sviluppato i crediti al consumo,  è alla base della crisi economica che è seguita nel 2012. Il salvataggio delle banche è avvenuto con risorse pubbliche da destinare allo sviluppo del Paese, anche grazie al MES che di fatto non è stato un meccanismo "salva stati" ma un meccanismo "salva banche". Sarebbe stato meglio farle fallire.
Qualche anno fa un not giornalista affermò.....

Poi nel 2012, governo tecnico Monti, si formò il Governo dell'Austerità con aumento della pressione fiscale, in particolare delle imposte indirette e riduzioni dei costi sociali, in Costituzione, con l'art. 81, venne inserito l'obbligo del pareggio in bilancio e sottoscrisse l'accordo europeo "Fiscal Compact" per la riduzione programmata del debito pubblico e, tutto, peggiorò ulteriormente

indici inflazione Italia
dati EUROSTAT
anno variazione
2000 2,628%
2001 2,291%
2002 2,635%
2003 2,824%
2004 2,247%
2005 2,198%
2006 2,270%
2007 1,986%
2008 3,551%
2009 0,774%
2010 1,647%
2011 2,916%
2012 3,253%
2013 1,321%
2014 0,201%
2015 0,100%
2016 -0,100%
2017 1,401%
2018 1,185%
2019 0,683%
indici inflazione Area Euro dati EUROSTAT
anno variazione
2000 2,108%
2001 2,341%
2002 2,249%
2003 2,086%
2004 2,142%
2005 2,181%
2006 2,182%
2007 2,135%
2008 3,266%
2009 0,296%
2010 1,626%
2011 2,706%
2012 2,498%
2013 1,357%
2014 0,433%
2015 0,190%
2016 0,230%
2017 1,546%
2018 1,749%
2019 1,197%

La due tabelle, relativa all'andamento del tasso dii inflazione/deflazione in Italia e medio nell'area €uro dal 2000, anno di entrata in circolazione dell'euro, forniscono e confermano, con i numeri, tutte le annotazioni precedenti. Nei primi 5/6 anni un apparente stabilità, poi la crisi dei subprime (2007, 2008), con le conseguenze che abbiamo visto, segue la crisi economica del 2012, con un repentino aumento del tasso d'inflazione perchè l'offerta è andata in sofferenza a seguito delle crisi delle imprese che hanno subito la stretta creditizia da parte delle banche a loro volta in situazioni drammatiche e fallimentari dopo la crisi finanziaria del 2007/2008. Negli  ultimi anni, dal  2012, il tasso di inflazione è stato notevolmente al di sotto del 2% che rappresenta l'equilibrio e molto prossimo alla deflazione, nel 2016 è stata deflazione, segno che la domanda ha subito una forte contrazione rispetto ad un offerta già fiacca. I numeri non sono opinioni, fotografano le situazioni, quello che è successo. La comparazione con il tasso medio di inflazione dell'area €uro evidenzia che tutta l'area ha subito gli stessi effetti negativi, dopo le due crisi, ma che, attualmente, sta facendo registrare una ripresa lenta ma decisa.

Dopo i due "quantitative easing - QE" della BCE, 2012 e 2019, la media dell'inflazione dell'area euro si sta assestando sul tasso annuo prossimo al 2%, cosa che non sta avvenendo in Italia a causa della "cura" del Governo Monti e dei Governi successivi.

Siamo in una situazione di stagnazione economica della quale non si vedono concrete vie di uscita perchè non può essere spontanea e perchè le risorse che il Paese produce sono destinate a finalità diverse da quelle relative agli interessi generali e alla crescita socio economica degli italiani. Del resto le tesi economiche, o meglio della parte di economia rappresentata dalla finanza, hanno altre esigenze e la politica, oggi, è più attenta alle esigenze della finanza rispetto a quelle delle persone, cioè dei cittadini, cioè del popolo.

Bisogna invertire la rotta, il sistema ha bisogno di un rilancio dei consumi, pur nel rispetto di tutte le compatibilità e sostenibilità anche ambientali, non della concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, e può avvenire solo facendo crescere il benessere generale di tutta la popolazione creando le condizioni per un incremento dei livelli occupazionali, cosa possibile se viene data alla capacità di intraprendere degli italiani l'occasione e la possibilità di svilupparsi e di innovarsi.
L'Italia possiede una classe di imprenditori, quelle delle piccole e medie aziende, che possono fare la differenza e che sono quelli che hanno portato il Paese ad essere tra le potenze economiche. Smettiamola con le privatizzazioni di quello che è competenza del pubblico e che deve essere uno strumento di sviluppo e non di freno del sistema come, normalmente, fanno i grossi capitalisti soliti ad arraffare per arricchirsi lasciando i debiti, grazie al teorema Modigliani-Miller, allo Stato, cioè a tutti noi. Ne parleremo, facendo anche l'elenco, in altra parte. 

In economia, che non è una scienza, come in tutti i fenomeni umani, ogni situazione ha le sue ragioni e le sue cause, tocca alla politica prevenirle e rimuoverle.

Il fatto che la povertà, assoluta e relativa o percepita, dal 2012 sia cresciuta in modo superiore agli anni precedenti, che il PIL, con tutte le sue negatività, non cresca, nello stesso periodo, non sono episodi a se stanti e nemmeno sono la causa, sono gli effetti di una politica economica che non si è preoccupata del benesse dei propri cittadini.

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