Prendere sul serio il valore dell’acqua (inserto al Foglio del 22.03.2021)

Sono d’accordo! La retorica fine a sé stessa ma, ancora di più l’ideologia, sono atteggiamenti da correggere perché non producono niente, anzi sono causa di arretramento sociale ma anche culturale.
L’ideologia è come il tifo calcistico, è un atteggiamento emozionale e irrazionale lontano dal ragionamento e dallo studio e ricerca.
Per abitudine e metodo, quando esprimo un’opinione cerco di approfondire l’argomento perché l’opinione non documentata e argomentata, che non vuol dire scrivere tante parole, questa è retorica, può essere errata e condizionata da influenze, appunto, “ideologiche”.
Se mi si dice che il consumo dell’acqua può essere ridotto, non uso “razionato” mi vengono in mente le “tessere annonarie” di vecchia memoria, attraverso l’aumento dei prezzi, cerco di capire le ragioni dei consumi eccessivi e gli effetti che produce una simile ipotesi. Se non lo facessi rischierei di cadere nell’ideologia accettando, acriticamente, ipotesi per altro non documentate.
Non vorrei ritrovarmi in una logica liberista, che aborro, dove il prezzo ed il mercato sono gli unici regolatori di un sistema sociale. Anche questa logica è frutto di una ideologia.
Non sono legato ad alcuna ideologia se non al principio della centralità dei cittadini e alla loro tutela, che sono principi costituzionali e non politici, per cui considero il “sistema prezzi”, che preferirei chiamare costo del servizio, perché ci stiamo riferendo ad utenti e non a clienti, assolutamente inadeguato.
Non si tratta di raggiungere un tenore di vita più accettabile, si tratta di garantire la salute delle persone, come stabilisce l’art. 32 della Costituzione, e di non essere, con costi eccessivi, freno allo sviluppo sociale ed economico attraverso la crescita delle piccole e medie aziende e non dei mercati finanziari che mercato non sono.
I consumi sono anche le perdite e sarebbe opportuno, in questo caso, cominciare a chiedere ai gestori di rispettare i vincoli previsti dalle concessioni anche in relazione agli investimenti. Gli ultimi dati Istat rilevano una perdita media nazionale del 42% ma ritengo le medie un data non coerente e fuorviante, è meglio fare opportuni approfondimenti. La media per il Nord-Ovest è stimata nel 32,5% ma se la analizziamo per singolo gestore, rileviamo che, per esempio, la gestione di A2A Ciclo Idrico, società unipersonale controllata dalla quotata A2A, che, secondo quanto indicato nell’inserto, dovrebbe rientrare tra le più efficaci, nell’operatività e nella capacità di investimento, registra una perdita, nel 2018, del 47,19% (fonte: Ufficio Ambito Brescia), più alta della media del Nord-Ovest ma anche di quella nazionale.
Il “sistema prezzi” serve solo agli “investitori, che investitori non sono, ed ha le sue ragioni nella massimizzazione dei loro profitti. I benefici dei pochi a danno dei molti mi vedono decisamente contrario. Non sono ideologico, faccio solo riferimenti a dati, pubblici ed ufficiali, che confermano la mia opinione.
Riscontro, al contrario, molta superficialità, senza alcun approfondimento e con riporto di dati ed informazioni raccolte non si capisce dove, evidenziando anche la non conoscenza del sistema che avrebbe evitato banalità come quelle della comparazione con tariffe applicate in altri Paesi europei.
I Piani d’Ambito, completi di Piani Economici Finanziari (PEF), predisposti dagli Enti di Governo preposti  pianificano gli investimenti, per il territorio di riferimento e per tutto il periodo di affidamento, con aggiornamenti periodici. I Piani d’Ambito sono la base per la predisposizione delle tariffe. Quindi, le tariffe, garantiscono la integrale copertura dei costi di gestione e di investimento oltre a congrui anzi, elevati profitti.
“Gli utili netti sono stati distribuiti ai soci per una quota media annua compresa tra il 55 e il 75% – riporta l’Osservatorio sulle Imprese della Facoltà di Ingegneria Civile e Industriale dell’Università La Sapienza di Roma – per tutte le infrastrutture, salvo le due controllate da privati, dove i dividendi mediamente hanno superato gli utili netti. Nei dieci anni, nel complesso delle sei infra-strutture, sono stati distribuiti dividendi per quasi 30 miliardi.”
La comparazione delle tariffe con quelle di altri Paesi, peraltro non comparabili per moltissime ragioni, dalla morfologia del territorio alla densità abitativa, è, ovviamente, strumentale oltre che banale. Un esame dei bilanci delle società oltre che dei Piani d’Ambito sarebbe stato opportuno e necessario. Acea ATO2 (Roma), richiamata nell’inserto, dovrebbe essere vincolata ad investimenti, nel periodo 2016-2032 (16 anni), per 5,259 miliardi di €uro, tutti finanziati dalla tariffa che consente anche utili, nel 2019, pari al 18,1% prima delle imposte, € 128,7 mln, di cui 44,4 mln destinati ad imposte e 56,383 mln a dividendi. Portando la tariffa a €/mc 7, come a Berlino, l’unico risultato sarebbe un utile di 1,900 miliardi annuo.
Stiamo scherzando o, non avendo approfondito i numeri esposti, si è preso una “cantonata”? Vabbè il liberismo, ma con queste modalità, il mercato non regola il sistema sociale, lo strozza.
Per meglio comprendere la necessità dei capitali privati e l’importanza degli investitori, sempre con dati rilevati dai bilanci di A2A società multiutility quotata, segnalo che, dal 2008, anno in cui è stata ammessa alla quotazione, al 2018, ha realizzato 780.612.768 di utili netti ed ha distribuito, o deliberato la distribuzione, di 1.830.924.258 di dividendi. Non credo che eventuali mancati investimenti sono causati da tariffe basse. Per piacere…
Tutto questo grazie all’intuizione del Governo Monti che ha delegato ARERA alla regolazione del servizio con grande gioia dei gestori e sofferenze per gli utenti, avendo, la stessa, realizzato un sistema monopolistico di gestione dove l’unica garanzia sono gli utili del gestore.
E’ una delle evidenti contraddizioni del liberismo che accetta i “conguagli” sulle tariffe, tipico esempio della negazione del mercato e della concorrenza.
Ma chi sono gli investitori? Ho analizzato tutti i bilanci dei gestori del servizio idrico e non ho avuto riscontro di investitori. Gli investitori sono quelli che speculano sulle “capitalizzazioni di borsa” che non investono nelle società ma sulle società, prelevandone, però, il dividendo.
Non è un paradosso e nemmeno sono inconciliabili gli slogan “l’acqua non si vende” e “chi inquina paga” (non “chi consuma e inquina paga”, come riportato nell’inserto, libera e personale interpretazione). L’acqua non si vende perché non è una merce e nessuno ne è proprietario e, come prevede l’art. 154 del d.lgs. 152/2006 la tariffa non è il prezzo di vendita ma il corrispettivo del servizio e, proprio per questo motivo, la maggioranza degli italiani si è espressa per l’abrogazione della remunerazione del capitale investito, ed è corretto e conciliabile che chi inquina, non che consuma, paghi, per il semplice motivo che crea danni ambientali e alla risorsa. Cerchiamo, almeno, di non fare anche confusioni lessicali.
Niente è puerile salvo cercare di legittimare chi vorrebbe appropriarsi del “Bene Comune”.
Sono contrario ad ogni forma ideologica ma, mentre comprendo e giustifico l’ideologia che vuole difendere le persone, detesto senza alcuna eccezione chi vuole arricchirsi con i Beni Comuni e chi continua a sostenere la privatizzazione senza considerare che è la negazione dei principi elementari di civiltà e progresso.
Come si fa a non ricordare, ad esempio, quegli investitori privati che hanno investito 100 milioni di euro per le concessioni autostradali e, dal 2003 al 2017, hanno prelevato dividendi per oltre 8 miliardi di euro (fonte: bilanci Autostrade per l’Italia) ma, poi, il Ponte Morandi è crollato e 43 persone sono morte.
La privatizzazione non è solo un’ideologia liberista è anche opportunismo personale e particolare, senza dimenticare che l’incontro tra privato e pubblico, nella gestione di funzioni pubbliche, spesso è foriero di malaffare.
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